lunedì 8 settembre 2014

Sessantaseiesima

Giochi di società fra ragazzi.
Strumento di diletto che può trasformarsi in strumento di dileggio, se orchestrato dalle menti di adolescenti diabolici e poco politicamente corretti o, in una parola, stronzi.

Obongo organizza una serata fra amici.
Nel gruppo anche Obonga, l’amica di un’amica, che per la prima volta si unisce alla combriccola.
Obonga ha un lieve difetto di pronuncia, una cosa da poco e le sue esse risultano un po’ lunghe e fischiettanti; in realtà nessuno ci fa caso più di tanto, almeno fino a che non arriva il momento di scegliere un gioco da fare tutti insieme.
Ora, per il dovere di cronaca, ci sarà la necessità di riportare stralci di frasi pronunciate dalla sibilante amica: non staremo ad indicarle con “fh”, “ffss”, “shhh” o analoghi dittonghi sostitutivi, non tanto per premura di cadere nel ridicolo, quanto perché nessuna combinazione di lettere rende giustizia alle esse di Obonga, dei piccoli delicati sifoni liberati nell’aere.
Si opta per un particolare passatempo dove i giocatori sono chiamati a scrivere delle frasi su bigliettini di carta e dove, ogni giocatore, al proprio turno, legge quanto gli altri hanno scritto.
A turno.
Ergo, anche ad Obonga tocca leggere.
E quando il suo turno arriva, il difettuccio fino allora passato inosservato, inevitabilmente si palesa in tutto il suo buffo potenziale.
Obonga legge una delle frasi scritte da uno dei giocatori, che si conclude con: “… e S’aSSopì Sotto il Sole”.
Una cosa è chiacchierare del più e del meno con il brusio delle voci altrui e della musica come sottofondo, un’altra è declamare una frase, anche semplice, nel silenzio assoluto, con tutti che ti ascoltano.
Le inusuali esse vengono amplificate a dismisura dal silenzio ed un rapido sguardo malizioso corre come un lampo, di volto in volto, fra Obongo ed i suoi amici.
La bomba ad orologeria è innescata e c’è solo da aspettare il turno seguente per attendere che esploda in tutto il suo delirio.
Giunge quindi il fatidico momento ed il primo segnale che qualcosa sta per accadere è l’interminabile tempo che la malvagia cricca impiega a scrivere le frasi, ovviamente congegnate per la grande occasione; fanno la loro comparsa le prime risatine degli infingardi scrittori che già si pregustano la scena.
“Ma coSa c’è? Come mai ci State mettendo tutto queSto tempo? Dai Su Sbrigatevi, Sto aSpettando.”
Ormai ogni S è come un invito a delinquere, un manifesto alla crudeltà gratuita; le risatine aumentano, anche se ancora limitate da pallidi tentativi di contegno.
Tutto è pronto.
Obonga colleziona i bigliettini manoscritti e comincia a leggere: la giostra si mette in moto.
“L’aSSaSSino ScorSe il Segnale e toSto aSSeSStò una SaSSata a SuSanna.”
L’intensità delle risate raddoppia; il processo è irreversibile.
“Il SuSSeguirSi di SoSpetti Si intenSificò aSSai e Senza SoSta.”
Ormai sono risate a tutto tondo: grasse persino.
"Che coSa c'è ridere, non capiSco?”
Ogni nuova esse è come benzina sul fuoco, qualcuno rotola giù dalla sedia.
“Ma è aSSurdo, volete Spiegarmi coSa Sta Succedendo?”
Pandemonio.
"Siete proprio Strani".
...

Ci volle un quarto d’ora buono per placare gli animi e perché Obonga terminasse di leggere altre due frasi per un totale di dieci parole.
Al giro dopo, ignorando in pieno la buona norma per cui un bel gioco dura poco, i nostri sono nuovamente impegnati a far proliferare le esse nei loro manoscritti attraverso parole come “grossissimissimo” e “assortissero” o conficcandole senza ritegno dentro parole inventate ad hoc per la continuazione del piano criminale, come “ansiosistemistico” e “insistissimamente”.
Obonga raccoglie i bigliettini, i risolini si placano in attesa della nuova raffica, quando con un’aria sconsolata esclama: “ScuSate, ma non So Se mi va di giocare ancora”.

Ecco la mazzata.
Bambinetti impertinenti richiamati ad un minimo di decenza.
Le facce fra il penitente e l’imbarazzato si moltiplicano: ora Obongo ed i suoi amici abbassano lo sguardo, sentendosi male per avere abusato delle esse di Obonga.
Si sarebbe potuto asserire che essi non fossero così insensibili, anche se questa scelta di parole avrebbe creato ulteriori problemi nel caso in questione.
Obongo sta per prendere il coraggio a due mani e scusarsi a nome di tutti, quando Obonga parla di nuovo: “ScuSatemi davvero, ma queSto gioco non fa per me… e poi mi capitano Sempre fraSi con un Sacco di eSSe… Sono troppo Sfigata”.

Già; una sfiga ossessionante e anche un po’ sessantaseiesima.


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