domenica 15 marzo 2015

L'indice di compatibilità

Un giovanissimo Obongo partecipa ad una festa.
Drink in mano si addentra tra la folla in cerca di qualche obonga con cui fare due chiacchiere.
Dopo un po’ nota lei: Mattobonga.
Il classico tipo acqua e sapone, vestita in maniera semplice ma con un suo fascino particolare; non la classica bonazza che tutti si girano ad ammirare, ma una ragazza dotata di uno sguardo dolce e intelligente e, a giudicare da come discute con le persone di fronte a lei, anche di simpatia e personalità.
Obongo decide che con ogni probabilità oltre che carina deve essere anche una conversazione piacevole, e questa cosa lo attira parecchio.

La manovra di avvicinamento va a buon fine e, grazie ad un’amica comune che fa le presentazioni, dopo pochi minuti Obongo si ritrova a parlottare da solo con Mattobonga.
Le supposizioni iniziali trovano presto riscontro; una tipa non comune, molto interessante, con una personalità spiccata, completamente a suo agio nel parlare di film, libri, musica, cultura e hobby molto più che di discoteche, moda e frivolezze.
Tra un sorriso aggraziato e qualche espressione del viso che Obongo trova sempre più irresistibile i due sembrano legare e una buona mezz’ora vola via parlando del più e del meno.

Quando accade.

Mattobonga improvvisamente ammutolisce e fissa Obongo dritto negli occhi.
Obongo ripete quello che stava dicendo.
Nessuna risposta.
Poi le chiede se tutto va bene.
Nessuna risposta.
Stesso guardo fisso, ma un po’ più vicino.
Mattobonga si sta avvicinando.
Obongo davvero non sa che fare; per la sua limitata esperienza, questo non è l’effetto che fa alle ragazze dopo soli trenta minuti di conversazione.
Mattobonga è davvero vicina.
Si direbbe che… Voglia… Un bacio?!
Obongo si prepara alla meno peggio, chiude gli occhi.
Il mondo si ferma.
Lasciamo che sia.
E…

Obongo riapre gli occhi un po’ interdetto, con ancora le labbra in posizione recettiva per un bacio che in realtà non è arrivato: scandaglia rapido la situazione.
Mattobonga lo sta scrutando da pochi centimetri di distanza; cerca una sua reazione.
Reazione che non tarda ad arrivare quando Obongo realizza che la ragazza gli ha appena infilato il dito indice dentro una delle narici.
Dopo un attimo di confusione totale, Obongo si ritrae di quanto basta e lascia che il piccolo invasore esca dal suo naso, dove in circostanze normali non avrebbe alcuna ragione di trovarsi.
“Ma, scusa, cosa fai?”
“Ah, non doveva essere!”
“Cosa? Chi? Scusa? Cosa è che non doveva essere?”
“Tra di noi, non doveva essere.”
“In che senso?”
“Io quando trovo un ragazzo che un po’ mi piace gli metto un dito nel naso; così, all’improvviso. Se lui sta fermo allora doveva essere, se si sposta, non doveva essere.”
“…”
“Tu ti sei spostato.”
“…”
“OK? Non prendertela, non è colpa tua. Ciao, ciao”

Mattobonga distoglie lo sguardo da Obongo e saltella via, diretta verso titolari di narici più abituate a questo inedito processo di selezione.

Dopo un piccolo dispiacere iniziale perché la tipa cominciava a piacergli davvero, Obongo rifletté pacatamente sull’accaduto, finendo per compatire il poveraccio che non si sarebbe ritratto dal bizzarro test; chissà quali altre ditate Mattobonga avrebbe avuto in serbo per lui nel prosieguo della relazione.
Andare o no al cinema insieme? Un bel dito nell’orecchio.
Iniziare una relazione seria, magari fidanzarsi? Un dito nell’ombelico.
Sposarsi e fare figli? Un bel dito dovunque sia rimasto uno spazio adeguato per l’ultimo, definitivo esame.

Obongo decise che tutto sommato era stata una fortuna avere registrato un così basso indice di compatibilità.

domenica 1 marzo 2015

L'Arcinotaio

Il giovane Obongurra ama il suo lavoro.
Ha iniziato da poco ma è già molto promettente e riesce bene in quel che fa.
L’unico vero ostacolo nella sua giovane carriera è la burocrazia con la quale purtroppo ha spesso a che fare. Ma non la burocrazia in toto; in generale riesce a districarsi bene.
Il suo problema è solo uno, il decano di timbri e modelli in triplice copia: l’Arcinotaio.

L’Arcinotaio è un signore piccolo piccolo che già da tempo dovrebbe essere in pensione e invece è ancora saldamente ancorato al suo posto e, nonostante la veneranda età, possiede ancora un cervello fino e una grande vitalità.
Un tipo arcigno dai modi bruschi, per usare un eufemismo, lavora come un eremita in una sorta di cubicolo isolatissimo nel sotto piano semi abbandonato di un vecchio stabile comunale, in cui riceve, solo a orari ben prestabiliti, colleghi e lavoratori che hanno bisogno dei suoi servizi di burocrate.
Il suo antro è divenuto negli anni un luogo mitologico: un piccolo ripostiglio grigio e buio dove i metri cubi occupati da libri e documenti collimano perfettamente con quelli fisicamente a disposizione.
Le leggende narrano che, con una perizia che sfida le leggi dello spazio e del tempo, l’Arcinotaio sia riuscito nel corso degli anni ad archiviare tutto con meticolosa precisione fino a ricavare fra le scartoffie anche lo spazio per sé, una scrivania e due sedie. Altissime pile di documenti perfettamente allineati sui ripiani, libri in equilibrio statico perfetto sul bordo delle mensole, tutta la cancelleria sistemata con cura maniacale; ogni cosa al suo posto, stipata con logica certosina in angusti spazi rubati ai millimetri.
I suoi servizi ormai sono limitati al rilascio di qualche timbro, ma talvolta è necessario averci a che fare.
Nessuno infatti ama doversi relazionare con costui: troppa è la paura di venire sopraffatti dalla precisione inarrivabile del personaggio e di avere fatto anche il minimo errore nel compilare la documentazione richiesta dal caso.
È risaputo che l’Arcinotaio rigetterebbe la pratica maledicendo tutte le nuove generazioni incapaci di distinguere un modello AK213 da un AK213/2, con una tiritera infinita, che per rispetto verso l’anziano personaggio toccherebbe pure sorbirsi in silenzio. Non solo: traendo un sottile piacere dal fallimento del povero consulente in questione, l’Arcinotaio gli fisserebbe il primo appuntamento disponibile alle due del mattino del prossimo giorno di festa in calendario.

Obongurra ci ha già sbattuto il muso più e più volte, ma ha bisogno del famigerato timbro e non ha modo di evitare l’ennesimo incontro.
“Ma non lo sa che il cliente deve siglare tutte le 1049 pagine di tutte e sette le copie?”
“Sì Arcinotaio, il cliente infatti ha…”
“A pagina 783 della quarta copia ha iniziato a firmare in blu!”
“Beh, era finito l’inch…”
“Non si può cambiare colore. Articolo 243/a/ter dell’accordo quadro del Manuale sulla Compilazione dei Contratti di Assistenza. Inoltre nella delega ha firmato di nuovo in nero. Un lavoro da principiante. Non lo posso accettare.”

Alla volta dopo il colore dell’inchiostro era giusto, ma ben tre delle sigle su più di 7000 presentavano “difformità calligrafiche non determinanti ma sospette tali da richiedere una consulenza specialistica esterna”.
Due mesi dopo, anche se il parere dell’esperto aveva fugato ogni dubbi sulle tre siglette, c’era un problema con due fotocopie che presentavano una vaga scoloritura ai bordi del foglio, rendendo invisibile l’ultima lettera della parola “eccezionalment”. Inutili le proteste di Obongurra che reclamava la “e” come unica possibile opzione, dizionario alla mano; l’Arcinotaio ha declinato ostinatamente ogni responsabilità sull’accettare un documento in cui potesse esserci, per esempio, la parola “eccezionalmentderungher” che magari in qualche lingua poteva stravolgere il senso compiuto del capoverso.

Al giorno previsto per l’incontro, Obongurra si presenta preparatissimo.
Ha passato l’ultimo mese a scandagliare ogni centimetro quadrato di ognuna delle copie e delle sigle apposte. Si sente pronto. Oggi vuole vincere lui.
Non senza qualche nervosismo entra, scivolando nell’ufficio del burocrate ed incastrandosi nello spazio vitale disponibile fra fogli, libri ed altre cose accatastate ovunque, stando attentissimo e pesando ogni singolo movimento nella manovra.
“Buongiorno Arcinotaio”
“Buongiorno giovanotto; ha messo in ordine quelle carte squinternate? Spero non voglia farmi perdere altro tempo con una documentazione incompleta.” [sguardo acutissimo e penetrante]
“Ecco qua Arcinotaio. Perfette, come piacciono a lei.” [raccoglie lo sguardo di sfida e ricambia deciso]
Poche ore dopo, l’Arcinotaio chiude l’ultimo tomo con uno sbuffo ed osserva Obongurra.
Obongurra è trepidante; un rivolo di sudore gli attraversa la fronte.
“E bravo giovanotto, ci ha messo un po’, ma ha fatto un buon lavoro. Le preparo il nullaosta FV/bis con il mio timbro tondo.”
 Obongurra gonfio d’orgoglio, troppo gonfio, non riesce a trattenersi: una lacrima di gioia gli solca il viso mentre balza in piedi come schizzando fuori da una catapulta, alzando le braccia in segno di vittoria e gridando a pieni polmoni: “EVVAAIIII!!!!!”

Impatta in un colpo solo ogni singolo oggetto presente nella stanza.
Ciò che ne consegue è una nuvola di fogli e tomi che improvvisamente si levano in volo.
E se gli ultimi atterrano subito, ci vogliono svariati minuti perché anche l’ultimo foglio abbia completato il tragitto dalla pila dove si trovava al pavimento, dopo essersi prodotto in spettacolari acrobazie nello spazio aereo dell’ufficio; solo in quell’istante Obongurra ritrova lo sguardo dell’Arcinotaio, intento a passargli un biglietto appena scritto di suo pugno.

“Prossimo appuntamento: 25 Dicembre ore due del mattino.”


domenica 22 febbraio 2015

Scacchi matti

Se avete frequentato un circolo scacchistico sapete già che i praticanti di questo sport sono una razza un po’ particolare, come recita il loro stesso motto “Gens una sumus” (Siamo una sola famiglia).
Se non proprio psicopatico o schizofrenico nei casi peggiori, lo scacchista è un tipo per definizione originale, spesso in maniera direttamente proporzionale con la sua abilità nel gioco.
Per quelli di voi che invece non hanno un’idea precisa in materia, Obongo Forever si è premurato di compilare questo prontuario.

Il classificato di basso livello.
Per la regola di cui sopra siamo ancora nell’ambito della normalità accettabile.
E’ abbastanza scarso da perdere con quasi tutti i giocatori decenti, ma abbastanza forte da battere quasi tutti quelli che non sanno giocare: suo nipote di 3 anni, il suo amico che confonde i cavalli con i pony, il suo yorkshire e la fidanzatina di turno, che per amore, ha imparato a giocare controvoglia.
Non perde occasione per ricordare, in genere ad un auditorio disinteressato e sfiancato, il suo unico successo in un torneo (chiaramente anch’esso di infimo livello) dove ha vinto con una combinazione a suo dire spettacolare, con tanto di partita commentata mossa per mossa e prolissi dettagli sul fatto che l’avversario sconfitto nel turno decisivo una volta aveva preso il caffè con uno che era lo zio di uno che era amico di uno che aveva visto da lontano il campione del mondo di scacchi.
Il classificato di basso livello non presenta anomalie mentali particolari ma può talvolta abbandonarsi a comportamenti sconvenienti o bizzarri: ha fatto specie il caso di Obongo Stallo che è stato osservato, faccia tra le mani, piangere a dirotto e ripetere ossessivamente per tre giorni di fila “Cavallo mangia pedone! Cavallo mangia pedone!“ impietrito di fronte alla scacchiera, in riferimento alla mossa che aveva clamorosamente mancato e che gli era costata la partita.

Il candidato maestro.
Il livello di alienazione è ancora poco, solo in qualche caso rimarcabile.
Qualche sociopatico di basso livello, l’occasionale cinquantenne che vive con la mamma, il maniaco-depressivo che gioca perché gliel’ha consigliato lo psicologo o il tale che ammorba qualsiasi conversazione con quella che secondo lui dovrebbe essere la formula matematica esatta per calcolare il punteggio ELO.
I candidati maestri sono in assoluto i più frustrati scacchisti che ci siano. Sono tutto sommato normali e rispondono in maniera corretta ai principali stimoli audio-visivi, ma vivono un perenne stato di limbo per via della parola candidato di fronte al titolo di maestro, non ancora conseguito.
Sono quasi sempre ben più forti dei classificati di basso livello e talvolta perfino bravi come alcuni maestri, ma da qualsiasi parte la si guardi, maestri non lo sono: e questo li urta.
Tendono ad essere spocchiosi e arroganti con i giocatori che battono facilmente e sfruttano sapientemente la seconda parte del loro titolo con i non addetti ai lavori, facendosi chiamare comunque “Maestro”.
Per contro sono invidiosissimi e si comportano da lecchini con i maestri veri, pronti a qualsiasi cosa pur di integrarsi, anche solo in una conversazione sul tempo, con quelli che il titolo ce l’hanno per davvero.
Ha fatto scalpore il caso di Obongo Arrocco il quale ha venduto le figlie ad una banda di albanesi in cambio del titolo di maestro, conseguendolo al torneo di Tirana, in cui ha partecipato giocando contro manichini di cartapesta con dipinte sulla testa le facce di scacchisti di fama mondiale.

Il maestro
Qui il livello di alienazione è ben evidente.
Il maestro parla guardando in un punto fisso all’orizzonte e solo di rado fa un cenno con la testa per dire che ha capito. In realtà si tratta di un riflesso motorio non controllato legato al fatto che stava analizzando una posizione complessa e ha trovato la mossa giusta.
I maestri di scacchi si dividono in due categorie: magri, smunti e barbuti o ciccioni, rubicondi e barbuti. Qualsiasi sia il prototipo, il maestro di scacchi non ha tempo di farsi la barba: finirebbe col tagliarsi in maniera seria trovando una mossa buona mentre analizza una posizione radendosi.
L’opzione di interrompere l’analisi anche per pochi secondi durante la giornata, non è per essi viabile.
La rara attitudine alla cura personale è purtroppo un particolare che ricorre spesso e con risultati ben peggiori, nella vita di questi abilissimi scacchisti.
Celeberrimo il caso del Maestro “Maglietta Fortunata”, il cui soprannome è stato guadagnato sul campo partita dopo partita, giorno dopo giorno, torneo dopo torneo.
Il nostro infatti ogni volta che vinceva un incontro non si cambiava la maglietta, ritenuta appunto fortunata.
Per quelli di voi che pensano che durante una partita di svariate ore fermi e a spremersi le meningi non si sudi poi tanto, beh, non è così; si suda (ergo si maleodora) e pure parecchio, per via della tensione nervosa.
Il Maglietta Fortunata, noto anche come lo scacchista il cui talento si sentiva arrivare da lontano, è finito però male. Il maestro Obongo “Alla lettera” Scaccopazzo gli ha sparato all’ultimo turno di un torneo di dieci giorni, in cui il Maglietta Fortunata aveva vinto tutte le partite precedenti e si apprestava a sfidarlo. Poco prima della partita il Maestro “Alla lettera” ha mancato infatti di scorgere l’ironia nella battuta di un collega che commentava: “non si cambierà mai se qualcuno non lo batte… ma è davvero in forma, per batterlo bisognerebbe sparargli”.

Il Grande Maestro
Questa categoria di scacchisti è completamente estraniata dalla realtà.
I grandi maestri non sanno esattamente di essere persone, né di essere una forma di vita, né di esistere in generale.
Si ravvivano solo al contatto con un pezzo o un orologio da scacchi; parlano solo tra di loro usando il gergo tecnico degli scacchi o raccontandosi partite passate, talvolta gongolando o attristendosi a seconda dell’esito. Gli scienziati hanno avanzato di recente una teoria per la quale i grandi maestri una volta raggiunto il titolo, transustanziano verso un livello superiore e tutti i loro sensi mutano, rendendo la realtà una grande scacchiera.
Un grande maestro non vede palazzi, ma torri, non vede animali ma cavalli, per lui le donne sono regine e qualsiasi altro oggetto di qualsiasi altra forma è assimilato a un pedone.
Un qualsiasi pavimento, marciapiede o parquet è comunque fatto di quadrati bianchi e neri in cui le cose si muovono in maniera bizzarra, dritto per dritto, in diagonale, a piccoli passetti o a L.
Un esempio classico di originalità è il grande maestro Obongo Vincispesso, detto “Il Penitente”.
Per avere mancato di mangiare un cavallo, mossa che gli avrebbe garantito il titolo mondiale, il penitente per tenere bene a mente l’errore e non ripeterlo, ora mangia un intero equino macellato appositamente per lui prima di ogni partita importante.

L’appassionato semplice.
Costui è chiaramente ammalato di scacchi quanto tutti gli altri, ma la sua proverbiale scarsezza fa sì che si limiti a restare ai margini del circolo, come semplice osservatore e a declinare gli inviti a giocare.
Macera nella consapevolezza di essere un’eterna pippa e non trova di meglio che usare il suo blog umoristico per canzonare l’intero genere scacchistico.


mercoledì 18 febbraio 2015

Questa faccia ve la ricorderete a lungo

Il giovane Obongurra e i suoi amici girellano senza meta, godendosi una bella giornata di sole.
Decidono di andare a comprare un bombolone alla crema e giunti a pochi metri dalla pasticceria vedono uscire una loro vecchia conoscenza dalla porta della medesima: Obongo.
Obongo è un ragazzino del loro stesso quartiere, decisamente uno poco benvoluto: piccoletto e nervoso, si è sempre contraddistinto per i modi antipatici ed in particolare per la sua proverbiale avarizia.
Grandissimo amante di dolci di ogni sorta non ne ha mai condiviso uno con chicchessia.
Divenuto presto l’oggetto di scherzi e prese in giro sempre più pesanti, ha pensato bene di cambiare frequentazioni e per quel motivo Obongurra e i suoi amici non lo incontrano da qualche tempo.

- Ma è Obongo quello? Da dietro sembra lui…
- È proprio lui! La passione per i bomboloni non l’ha persa.
- Guarda, stessa magliettina di tre anni fa!
- Eh mai che se ne compra una nuova! Costa troppo! [risate di scherno]
- Non ci ha visto, è troppo impegnato a mangiarsi il bombolone! [altre risate]
- Puoi sempre andare a chiedergli se te ne offre un pezzo… Ah ah ah! [risate a go go]
- Sì per prendergliene un pezzo devi riuscire a staccargli anche la mano dal braccio [ancora altre risate]
- Adesso ti faccio vedere io come me lo offre!
- Cosa hai in mente Obongurra?
- Vado a salutarle lui e il suo bombolone; state a guardare, questa faccia ve la ricorderete a lungo!

Obongurra accelera il passo con grazia felina per avvicinarsi al bersaglio, mentre mentalmente definisce i dettagli del piano criminoso che gli è balenato in testa: rapido tocchetto sulla spalla sinistra, spostamento del corpo sulla destra, attesa che la vittima giri il capo nella direzione sbagliata, aggiramento del nemico e, prima che possa fare un solo movimento, GNAMM, affondamento delle zanne sul bombolone target.
Obongurra decide che, per amplificare l’effetto sorpresa, resterà fermo con i denti conficcati nella pasta, in posizione plastica, con la mandibola serrata e gli occhi sgranati con espressione indemoniata, emettendo una risata gutturale e profonda a bocca piena, a pochi centimetri dalla faccia della povera vittima.
Già si pregusta l’espressione di Obongo di fronte a tale e tanto scempio del suo prelibato dolce.
Come una sorta di giaguaro-ballerina Obongurra scivola avanti veloce, completando la manovra di approccio con successo. Nel pur breve tempo a disposizione ha ripercorso il piano decine di volte; ancora un passettino e sarà addosso all’ignaro Obongo.

Tocchettino sulla spalla sinistra.
Obongo si gira.
Obongurra attacca.
GNAMM.
Posa plastica.
Sguardo indemoniato.
Obongo si rigira.

L’effetto sorpresa è devastante.
Obongurra ha appena scempiato il bombolone di Obongo con un morso animalesco e ora cerca la conferma che il suo divertentissimo scherzo è riuscito negli occhi della vittima.
Ma non la trova.
Non la conferma.
La vittima, non trova la vittima.
Come gli amici avevano potuto già constatare nel momento in cui si era girato dopo essere stato toccato sulla spalla, quel tale non era Obongo.

Gli occhi che Obongurra sta fissando sono quelli di un bambino down a cui ha appena dimezzato la merenda.
Sta tenendo la posa plastica con sguardo invasato e denti che trasudano crema, di fronte ad un indifeso bimbo con un evidente ritardo mentale.
Troppo tardi anche per fermare la risata gutturale, alla quale il bambino risponde con un placido sorriso a 32 denti condito da svariati pezzi di bombolone masticato.
Obongurra è paralizzato e non riesce a muoversi.
Interpretando la risata come un saluto, il bimbo ricambia presentandosi e accarezzando Obongurra delicatamente sulla faccia con il palmo della mano zuccherato, in segno di affetto.
L’espressione cinica negli occhi dell’assalitore ha lasciato il posto ad un’espressione confusa, che sta per degenerare in terrore; qualche secondo dopo infatti Obongurra torna in sé, e dopo uno sguardo al naso del ragazzo e alla macchia verde sulla superficie del bombolone, incrocia i dati in suo possesso e, producendosi in un balzo all’indietro, rilascia finalmente il morso.

Una volta restituito il maltolto al bambino che sembrava Obongo e svariati sciacqui con il collutorio dopo, gli amici tutti convennero che sì, la faccia di Obongurra se la sarebbero ricordata a lungo.


martedì 10 febbraio 2015

L'uomo giusto al posto giusto

Alla Obongo Corporation sono stati appena assunti due nuovi impiegati: l’Uomo dalla memoria prodigiosa e l’Uomo che annuisce sempre.
Il Capo in persona, coadiuvato dal suo fidato Vice, dà loro il benvenuto, prima di assegnarli ai rispettivi posti per il loro primo giorno di lavoro.

Il Capo si rivolge ai neoassunti:
- Lo scopo di questa piccola riunione è di fare una veloce panoramica sulle vostre rispettive mansioni. Come ormai saprete, questa è un’azienda molto grande dove ognuno ha il suo compito che è molto ben definito, ed è importante che lo esegua con precisione perché tutto funzioni come si deve. Per noi è fondamentale avere l'uomo giusto al posto giusto. Mi aiuterò con un esempio.
Il Capo prende in mano una chiave e i due lo osservano attenti.
- Qui ogni impiegato è come questa chiave che apre la serratura di questo cassetto.
Infila una chiave nella serratura del cassetto alla sua destra, ma la chiave non gira.
Interviene il Vice, l’Uomo che aiuta sempre il Capo: “Capo, quella è la chiave del cassetto di sinistra”.
- Ah, certo, certo... Ecco vedete ognuno di voi è come questa chiave che apre il suo cassetto; e una volta aperto il cassetto, il vostro lavoro è come una di queste piccole monete d’argento.
- Capo, quello è il cassetto delle monete d’oro, le monete d’argento sono nell'altro.
- Sì, giusto, grazie Vice. Ad ogni modo, avete capito la metafora. Tutte insieme le monete prese dai vari cassetti rappresentano il grande valore di questa azienda, mi sono spiegato?
I due confermano con un gesto della testa.
- Bene, veniamo a noi. Ora per favore ascoltatemi senza interrompere: massima attenzione.
I due si concentrano attentissimi.
- Lei, Uomo dalla memoria prodigiosa è assegnato al livello critico del controllo del reattore nucleare. Ogni mattina le verrà trasmesso un codice esadecimale di cento caratteri attraverso un messaggio cifrato. Lo dovrà memorizzare e reinserire nel sistema al contrario dieci minuti dopo. Tutto chiaro? 
- Sì.
- Un solo errore e la procedura ripartirà da capo, ma solo per tre volte, non una di più; è un ruolo delicatissimo, ci siamo intesi?
- Sì.
- Al terzo errore il disastro sarebbe inevitabile, ma visti gli strabilianti risultati dei test che abbiamo condotto nelle settimane di prova sono certo che non corriamo il minimo rischio, dico bene? 
- Sì.
- Ottimo. Passiamo oltre. Lei, Uomo che annuisce sempre, è assegnato al reparto clienti. Dovrà gestire il primo contatto dei clienti più difficili e ascoltare tutte le loro lamentele dando loro sempre ragione. Poi smisterà i casi e li passerà al servizio operativo che li risolverà. Tutto chiaro?
- Certo, mi ricordo tutto.
- Ottimo, mi pare che possiate cominciare. Vice, li accompagni alle loro postazioni, nell'area Bianca al piano di sotto. 
- Capo, le postazioni dei signori sono nell'area Nera al piano di sopra.
- Uh, sì, ovvio Vice. Ora li accompagni. Arrivederci e buon lavoro a tutti.

Il giorno seguente il reattore della Obongo Corporation esplose radendo al suolo tutta l’area.
Giorni dopo, venne ritrovata sul luogo del disastro la targhetta che stava sulla scrivania del Capo.
C’era scritto: “l’Uomo che scambia una cosa per un’altra”.