domenica 8 febbraio 2026

The escape (bath)room

Obongija si concede un aperitivo con i colleghi al termine di una giornata di duro lavoro.

È il momento di una breve pausa fisiologica prima di tornare a casa.

Un cartello la informa che è necessario chiedere la chiave al bar per accedere al bagno delle signore.


“Ecco qui, noi apriamo con questo.”

“Un apribottiglie?”

“La chiave ce la perdevano di continuo”

“E come devo usarlo?”

“Tranquilla, è facile; basta girare per tre quarti, poi quando fa ‘clac’ spingi e rigira di nuovo. Premi piano e accompagna col palmo.”

“Tutto chiaro, grazie”.

Vuoi le otto ore di sessione lavorativa, vuoi la vescica tamburellante, Obongija non è proprio sicura di avere registrato tutte le istruzioni e non le è affatto chiaro perché si stia avviando verso una porta chiusa con un apribottiglie in mano.

Forse per una bizzarra usanza locale, poco più avanti nella stessa strada c’è un sommelier impegnato ad aprire una bottiglia di rosso con una chiave bulgara? 

Ipotizza che si tratti solo di un innocente guizzo di originalità del proprietario del locale; una di quelle trovate per alimentare il passaparola “Uhhh, non hai idea di cosa si sono inventati per aprire la porta del bagno! Che mattacchioni!”


Giunta di fronte alla porta però Obongija capisce di avere sottovalutato il problema.

Niente clac, nessuna spinta e rigiro che funzionino. 

Solo un beffardo apribottiglie e nessun pertugio che sembri consono ad ospitarlo, per lo meno senza lasciare graffiti che per altro poco aggiungerebbero alla causa.

E il tempo stringe.

Mentre fruga fra i suoi ricordi d'infanzia, quando si cimentava ad infilare il cubo nell’apertura quadrata e la sfera in quella tonda, lo sguardo le cade sulla porta del bagno degli uomini. 

Apertissima.

Nessun apribottiglie necessario.

Rapido check dei paraggi.

Via libera. Entra. Chiude. Ahhhh.


Felice e rilassata, fa giusto in tempo a pensare che ha risolto il problema di entrare nel bagno delle donne, quando un nuovo problema si presenta repentino.

Quello forse più spinoso di uscire dal bagno degli uomini, magari senza dare nell’occhio.

La serratura che ha chiuso in fretta e furia non vuole saperne di aprirsi; è in trappola.

Non ci sono però chiavi disponibili o spiragli che urlino “Infila qui il tuo apribottiglie!”.

Il fastidio si trasforma in sconforto e dopo una serie di tentativi falliti, lo sconforto si tramuta in lieve panico.


Con un volo di fantasia in stile latrina horror si immagina mummificata da lì a tre mesi, ritratta nella prima pagina del gazzettino locale: “Una sconosciuta alcolizzata e probabilmente pervertita è stata ritrovata nel bagno degli uomini al pub Obonghi’s con un apribottiglie saldamente stretto in mano. Resta il mistero delle bottiglie mai rinvenute, forse fatte a pezzi per leccare le gocce rimaste all’interno ed il vetro usato per nutrirsi mentre aspettava invano i soccorsi”.


Forse davvero spaventata da questo sordido epilogo, Obongija picchia forte sulla porta attirando l’attenzione di un ragazzetto che dall’esterno apre e guarda questa composizione degna di un pittore impressionista strafatto di assenzio: “Madonna stanca e traumatizzata con apribottiglie.”


Un po’ imbarazzata ma al contempo grata, Obongija si ritira lesta, scaraventa l’apribottiglie rimasto inutilizzato verso la barista impassibile e si affretta verso i colleghi che si chiedevano dove fosse finita.


Il ragazzetto a sua volta va verso la barista e le fa: “Mi devi dieci euro.”

“L’apribottiglie è una buona trovata, li hai meritati.”

“Alla prossima proviamo con la grattugia?”

“No ho un’idea migliore - apertura a comando vocale. Magari in latino?”

“Se si mette a recitare una formula magica per più di tre minuti faccio i piatti per due settimane, mamma.”




Un apribottiglie che attende il momento giusto per entrare in azione

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