lunedì 4 giugno 2012

L'ultimo volo del pollo


È un barbeque come tanti altri.
Il barbeque situato sul terrazzo di casa al terzo piano già usato tante altre volte per deliziare gli amici con gustosi arrosti.
Obongo suda alle prese con i quarti di pollo, da sempre la sua bestia nera in materia di grigliate.
Bestia nel senso di pollo e nera nel senso di bruciata.

La maledetta carcassa del volatile quando viene posta sulla griglia inizia a sgocciolare copiose quantità di grasso che a contatto con la brace sprigionano fiamme talvolta capaci di avvolgerla e sbruciacchiarla malamente.
Con rapidi esperti gesti Obongo doma le indesiderate fiamme, vettori di eccessivo calore e si appresta a girare la bisunta carne onde evitare che resti carbonizzata.
E benché si tratti di gesti ripetuti con precisione certosina innumerevoli volte, qualcosa si inceppa nella collaudata procedura di ribaltamento.
La combinazione forchetta-forchettone è leggermente imprecisa e la presa esercitata sul pezzo di avicolo non è sufficiente a trattenerlo stabilmente; il medesimo sguiscia fra i denti d'acciaio delle posate, preparando la via per una mirabolante fuga.
Nel suo ultimo volo, affrontato post-mortem, il beffardo galletto abbandona scivoloso lo spazio sopra la brace dove era stato posto, rimbalza sullo spigolo della griglia e si dirige frettoloso verso il pavimento del balcone. 
Ivi atterrato, sempre utilizzando le ampie risorse del già menzionato grasso, scivola con un mezzo saltello verso il bordo del balcone centrando con esemplare precisione lo spazio libero nella ringhiera.
Finalmente libero da qualsiasi vincolo si abbandona alla forza di gravità nel suo ultimo sussulto verso il vuoto che va a concludersi in un calibrato atterraggio un piano più sotto sulla biancheria stesa ad asciugare della vicina di casa.
Il pietrificato Obongo non perde un attimo e mentre si dirige dabbasso fa lista mentale degli insulti che entro pochi secondi l'iraconda vicina gli rovescerà addosso, per essere stato talmente sbadato da avere lasciato che un pollo morto, o meglio un quarto di esso, fuggisse dalla griglia per piombare unto e caldo sulle sue mutande pulite.
Il mesto Obongo suona alla porta e la donna apre.
Di fronte alla spiegazione confusa blaterata da un penitente Obongo, la donna capisce che c'è un pezzo di carne piovuto dal cielo come un asteroide che ora giace sul suo stendipanni: con una flemma a dir poco surreale va, lo recupera e lo porge ad Obongo.
Obongo ora è doppiamente interdetto: non è una cosa comune che un pollo morto, su una sola coscia, riesca a fuggire volando via da un balcone ma è forse ancora più strano che la padrona della biancheria sulla quale è atterrato trovi il fatto assolutamente normale.
Obongo con il pollo ancora bollente in mano cerca di profondersi in scuse ed offre di fare un bucato riparatore, ma mentre parla il calore si fa insopportabile e non trova di meglio che esclamare: "Ahi, è caldo, Ahi è caldo, ha qualcosa per portarlo su per favore, è caldissimo..."
La donna gentilmente gli offre dei fazzoletti di carta e lo mette alla porta rassicurandolo che del bucato se ne occuperà lei.

Forse in cuor suo avrà temuto che se un pezzetto di carne semi cotto era riuscito a fare tutta quella strada, chissà dove sarebbero potute arrivare delle mutande un po' sgualcite, ma ancora in perfette condizioni: con l'aggravante che dopo essere state a contatto con i suoi resti, potrebbero essere ora possedute dallo spirito del pollo più resistente che la storia ricordi.



giovedì 12 maggio 2011

Lost in translescion

Parassiti assatanati
A tavola a casa dell'amico Obongo siedono amici e parenti e la sua fidanzata spagnola Obonghiña.
I fantastici bucatini all'amatriciana sono il perfetto condimento di un caldo pomeriggio primaverile romano.
I commensali ridono e scherzano e conversano del più e del meno.
Il pranzo termina, la tavola viene sparecchiata e Obonghiña si offre per lavare i piatti.
Chiaramente Obongo le dice di non preoccuparsi, da perfetto ospite e galantuomo italiano.
Obonghiña timidamente protesta nel suo italiano spagnoleggiante, muy caliente ma ancora un po' stentato:
"Ma dai, lassame lavare i piati! Fami fare hualchecossa"
"No, non preoccuparti cara. Grazie, ci penso io dopo."
"Ma non me fai mai farre niennte. Jo vengo siempre a mangiare qui a cassa tua e non poso neanche aiuttare un poqo"
"Cara, davvero non c'è bisogno..."
"Uffi... Mi fai sentire come... Como se dize... Una succhiante! Ecco, mi sento una succhiante!"
Obongo ed il resto dei commensali, come vere e proprie sanguisughe, si attaccarono alla maldestra traduzione per sbellicarsi dalle risate mentre la povera Obonghiña intuiva che aveva ancora molto da approfondire sul tema "Parassiti e sesso orale nelle figure retoriche dell'italiano moderno".

Oggetto volante non identificato.
Obongo e sua moglie Obongjija si sono appena trasferiti in Italia, dove la signora proveniente dalla Serbia sta, giorno dopo giorno e con invidiabile rapidità, migliorando le sue conoscenze linguistiche.
La parlata fluente è ancora lontana, ma il lessico migliora sempre più, vocabolo dopo vocabolo.
A casa degli amici Obongassa, una sera, Obongjija si intrattiene a giocare un po' col piccolo Obonghino.
Dalla montagna di giocattoli sbuca fuori un trenino.
"Questo è treno?" chiede Obongjija a Obongo prima di continuare a giocare con Obonghino.
"Si" conferma premuroso il marito.
E' poi la volta di un galeone dei pirati.
"Come si chiama grande nave?" chiede Obongjija con grande curiosità.
"Galeone dei pirati" risponde puntuale Obongo.
"Ah, galeone dei pirati" e via il gioco con Obonghino riprende.
Ecco che arriva il momento di un mostruoso pipistrello di plastica, che Obonghino passa ad Obongjija.
Obongjija osserva il pipistrello.
Il pipistrello osserva Obongjija.
Obonjija chiede ad Obongo:
"Questo si chiama pompinello?"
La risposta fu "no" anche se per un attimo l'alternativa "dipende dall'uso che se ne fa" sembrò accettabile al divertito Obongo.

Offrile qualcosa di estremo.
Un ritrovo a casa di Ziubongo tornato da poco dagli Stati Uniti con alcuni amici ed amiche per trascorrere le vacanze estive.
Un po' perchè gli statunitensi non capitano tutti i giorni da quelle parti, un po' perchè l'ospitalità e la cortesia scorrono nelle vene dei sardi, tutti sono gentili e cercano di fare un po' di conversazione con gli ospiti stranieri, incluso Obongo la cui padronanza della lingua inglese rasenta il ridicolo.
Tra una pizza ed una bevanda, un "uazziorneim" ed un "ai don spichinglisc veri uel", la serata prosegue amena senza particolari intoppi.
Ad un certo punto Obongo nota il bicchiere vuoto della spaesata Obongrace e capisce che la ragazza ha sete.
"Ugiulaik som bir (Would you like some beer)" chiede Obongo alla meno peggio.
"No thanks, I don't drink beer" replica Obongrace con un sorriso.
"Coca cola" chiede Obongo non sapendo neanche tradurre Coca Cola in inglese ed indicando col dito la bottiglia.
"No thanks" replica nuovamente Obongrace che però dava chiaramente la sensazione di essere assetata.
Giunto al termine delle frasi conosciute e vedendo che riusciva tutto sommato a farsi capire, Obongo decide di addentrarsi nel territorio della traduzione estemporanea, forse aiutato anche dalla suddetta "bir" da lui bevuta, invece, in abbondante quantità.
Pensa tra sé e sé, mentre adocchia la caraffa del succo d'arancia: "Aranciata... mmm si può anche dire succo d'arancia!.. mmm... Succo... gius (juice), si dice gius, la so! Arancia, si dice oreing, iureing, aiureing (orange)... una cosa così... dai, la so!".
E mentre la regina di Inghilterra inspiegabilmente si accasciava a terra colta da un misterioso malore, Obongo formulò la sua formidabile domanda di cortesia: "ugiulaik som iuringius (Would you like some urin juice)?"
Il perchè Obongrace e a seguire tutti i presenti scoppiarono a ridere in preda a spasmi irrefrenabili sembrava ad Obongo un mistero, quello che mai come in quel momento, si sarebbe potuto definire, un giallo internazionale.


venerdì 14 gennaio 2011

Il granchio Dino


Questa è la storia del granchio Dino e dei suoi amici che abitano nel Granchenion.
Un giorno Dino si svegliò in preda ad una curiosa sensazione mai provata prima. Pensò allora di parlarne con il suo amico Satore, si sgranchì le gambe ed uscì. Dopo molte annotazioni e commenti il granchio Satore gli rivelò che il suo turbamento dipendeva dall'essere entrato nella stagione degli amori.
"Ho un paio di amiche che farebbero al tuo caso" suggerì Satore.
"A chi stai pensando" chiese interessato Dino.
"Così su otto zampe mi vengono in mente un paio di nomi... Pona o Vata per esempio".
"Non saprei, la Granchia Pona non mi è mai piaciuta... Però Vata..." replicò Dino arrossendo un po'.
"Beh non è un'impresa semplice; è una delle granchie più carine e ha molti ammiratori".
"Già, hai ragione... Chele potrei dare io di speciale?" disse Dino sfiduciato.
"Non disperare. Prova a parlare con Roveggente e senti cosa ti riserva il futuro, magari esiste una possibilità."

Si congedarono e Dino uscì per strada. Si soffermò a guardare i giovani granchietti che giocavano allegri facendo un granchiasso e ripensò nostalgico a quando era giovane e spensierato, ovvero fino alla notte prima.

Scoraggiato e un po' spaventato dal responso che la granchia Roveggente avrebbe potuto dargli decise invece di cercare conforto spirituale e si recò quindi alla Gran Chiesa.
Il prete gli venne incontro con la sua pettinatura inconfondible.
"Padre granchio Mafolta, ho bisogno d'aiuto; credo di essere entrato nella stagione degli amori. Ho pulsioni irrefrenabili, ma non trovo una compagna, che posso fare?"
"Granchio Dino, nonostante le tue grosse potenzialità, vedo che soffri. Non c'è un rimedio, devi solo pazientare. L'unico consiglio che posso darti è di non commettere atti impuri, perchè ti faresti solo del male... ahem... ecco... diventeresti cieco."

Sempre più depresso e sconfortato Dino tornò in tana e quando fu notte cercò di addormentarsi, ma senza successo.
Il pensiero fisso della granchia Vata unito alle sue primordiali pulsioni gli impedivano di prendere sonno.
"Ho perduto la mia cara pace!" pensò mentre sentiva la sua corazza più dura del solito.
Improvvisamente cominciò a toccarsi in preda alla frenesia e realizzò che il granchio Mafolta non gli aveva detto tutta la verità.
Non era diventato affatto cieco; poteva infatti vedere benissimo tutto il male che si era fatto stringendo fra le chele il suo gran chiodino.


giovedì 8 ottobre 2009

Il biscotto di Obongo

La scritta sul lato della confezione osservava Obongo gia' da diverso tempo.
"Biscotti semplici preparati con ingredienti naturali: prova a farli anche tu!" e di seguito la ricetta per ottenere tanta bonta'.
Un biscotto friabile della densita' perfetta: di quelli che si addentano con piacere senza il rischio di spezzarsi un incisivo e che allo stesso tempo non cedono alla prima inzuppatura sparpagliandosi come mucillagine nella tazza del te'.

Obongo e' tentato. Obongo decide.
"Non verranno proprio uguali a quelli che compro, ma se seguo la ricetta alla lettera, magari saranno abbastanza simili."
Supermarket. Lista della spesa: farina, uova, miele, zucchero, margarina, lievito, c'e' tutto.
Via a casa ad impastare.
L'impasto, appunto: il primo segnale di impaccio.
La maledetta pasta e' incredibilmente appicciosa ed invece di farsi stendere fino a raggiungere la suggerita altezza di millimetri 4 continua ad arrotolarsi attorno al mattarello manco fosse imbevuto di colla. Problema comunque risolto, grazie ad una spolverata di farina sull'attrezzo. Operazioni di stesura concluse, via al taglio con il bicchiere, opportunamente scelto della stessa dimensione dei biscotti originali. [ah! Obongo il perfezionista]

Forno a 180 gradi.
Teglia imburrata.
Cerchi perfetti stesi sulla teglia.
In forno!

Un secondo chiaro segnale di impaccio arriva durante la cottura quando i biscotti dalle forme perfettamente tonde ritagliate dalla geometria del bicchiere iniziano a scomporsi nel forno improvvisando una sorta di bizzarro rituale di accoppiamento e ingigantendosi fino ad accavallarsi qua e la' gli uni sugli altri.
Dannato lievito: pochi fottutissimi grammi di polverina batterica bastano da soli a molestare quell'ammasso che Obongo, forma di vita basata sul carbonio e dotata di cervello, e' riuscito a domare a stento, nonostante fosse perfino armato di bastone.
I 10 minuti passano e nel bel mezzo della caldissima orgia di batteri e farina Obongo estrae il prodotto finito dal forno.

L'assaggio fornisce immediatamente il verdetto: i biscotti originali e quelli fatti in casa da Obongo non hanno il benche' minimo denominatore comune ne' per sapore, ne' per forma e ne' tantomeno per consistenza.
Il sapore non e' sicuramente cattivo, ma in definitiva solo un assaggiatore privo della lingua, raffreddato e opportunamente corrotto potrebbe affermare che si tratti di biscotti anche solo lontanamente imparentati.
I sottili minuti cerchi della forma originale hanno lasciato spazio a degli ovoidi impazziti a meta' fra il macro frollino e la ciambella nana.
E se sapore e forma sono solo due parziali fallimenti, la consistenza mette la parola fine alle speculazioni post cottura.
Alla prova del te' la perfezione del biscotto originale, cosi' diligente nell'assorbire la quantita' perfetta di liquido senza mai sgretolarsi se non in bocca, e' solo un lontano pallido ricordo.
Il biscotto di Obongo inzuppato piu' e piu' volte non mostra il benche' minimo segno di affaticamento e la sua durezza iniziale permane immutata, prova dopo prova.
E' praticamente idrorepellente e, ad una piu' accorta analisi della fase di inzuppamento, si puo' distintamente notare che il te' si apre in perfetto stile mar Rosso sotto le direttive di Mose'.

Obongo, inguaribile ottimista, sostiene comunque che il biscotto originale cede il passo a quello da lui realizzato in determinate situazioni.
Il biscotto di Obongo e' infatti particolarmente indicato per un te' sul lago, qualora abbiate in mente una gara di rimbalzo dei ciotoli sull'acqua, o nell'evenienza di un aristocratico te' nel cottage di qualche lord inglese con susseguente gara di tiro al piattello.

mercoledì 2 settembre 2009

Sbagliando si impara

Errare humanum est...

Questa storia comincia in una palestra dove due squadre si affrontano in una partita di pallavolo.
Il giovane Obongo si appresta a battere carico di adrenalina sentendo il peso della responsabilità di un tie-break giocato sul filo di lana.
Non un'artista della precisione, Obongo è comunque un discreto fabbro nel pestare la palla. Decide che è il momento di prendere un rischio e di tirare forte.

Fischio dell'arbitro.
Concentrazione.
Auto alzata.
Battuta al salto.
Impatto con la palla.
Cannonata.

Risultato: un perfetto servizio di rara potenza talmente indovinato che il povero ricevitore ne viene addirittura colpito.

Apoteosi. Festeggiamenti. Applausi. Adrenalina a palla.

Obongo torna in zona di battuta.
"Che si fa ora?", lo interrogano le voci nella sua testa.
"Abbiamo realizzato il punto e concretizzato un piccolo vantaggio, adesso è meglio battere con un po' più di sicurezza e lasciare che sia l'avversario a dover rischiare" suggerisce la Vocina Saggia.
"THUD! Prendi questo, vecchia babbiona!" replica la Vocina Temeraria zittendo la Saggia con un cazzotto.

Fischio dell'arbitro.
Concentrazione [occhio un po' invasato dal recente successo]
Auto alzata [sembrerebbe un pelino alta]
Battuta al salto [fumo che esce dalle orecchie con ringhio annesso]
Impatto con la palla [quasi perfetto]
Cannonata P A U R O S A.

Risultato: missile aria-aria che si infrange sul muro della palestra senza neanche rimbalzare una volta.

L'approssimativo gesto atletico stava per centrare in pieno un povero spettatore che assisteva all'incontro dal lato opposto a quello dal quale Obongo aveva battuto (distanza stimabile in buoni 25 metri).

... Perserverare autem Obongum.

Anni dopo il tentato omicidio, forte di tanta esperienza maturata in altrettanti allenamenti e partite, Obongo si trova in spiaggia per l'esordio ai campionati italiani di beach volley insieme all'amico e compagno di avventura Obongao.
Protagonisti di un torneo di qualificazione indecoroso, vengono miracolosamente ripescati e si trovano dunque a fronteggiare una delle teste di serie del torneo nel tabellone principale. Inaspettatamente i due Obonghi fanno partita e tengono botta fino quasi alla fine.
Obongo gasato come non mai va in battuta nel pieno del furore agonistico e si convince che è il momento buono per prendere un rischio.
La battuta che ne scaturisce è un ace imprendibile che scheggia la riga.

Apoteosi. Festeggiamenti. Applausi. Adrenalina a palla.

Obongo torna in zona di battuta.
Sottorete Obongao segnala gli schemi.
Solite vocine.
"Propenderei per una battuta di sicurezza. Ora gli avversari sono in difficoltà, serviamo una palla a velocità media in modo che debbano faticare per fare il punto", esclama convinta la vocina Saggia.
"ROCKANDROLL!!!" strilla la vocina Temeraria, così forte che Obongo non sente nient'altro e batte.
Si, come avrete già intuito, anche in quel caso l'impatto col pallone non fu del tutto ineccepibile.
Sarà perchè in spiaggia non c'erano muri abbastanza vicini che battuta umana potesse colpire senza un rimbalzo, sarà perchè Obongo aveva imparato dai propri errori, questa volta il secondo missile non andò a vuoto, schiantandosi bensì, nel pieno della sua scellerata corsa, sulla nuca dell'inerme Obongao.

Il cappellino semidivelto, gli occhiali da sole a penzoloni da un orecchio e l'espressione sconsolata dell'Obongao ferito resero chiare ad Obongo due cose: era ora di esplorare altre misure di potenza al servizio oltre "Forte" e "Fortissimo" e, soprattutto, se proprio doveva liberarne uno di violenza spropositata il bersaglio umano regalava le soddisfazioni migliori in termini di risate.