domenica 8 febbraio 2026

Veciòt AI

Il vecchietto veneto (veciòt) è una creatura guardinga ma al contempo curiosa.

Sempre all’erta. Sempre pronto a guardare le novità con un misto di sospetto e disprezzo, con un pizzicotto di puro odio saldamente a portata di mano, da elargire senza troppe remore su qualsiasi cosa sia vagamente diversa dal suo modo di vedere o pensare.


Complici gli anni che passano e le tecnologie che avanzano, anche il veciòt si è dotato di un software AI (Anti Immigrati) per aiutarlo in uno dei suoi frangenti preferiti: lo scouting quotidiano per la difesa del territorio.

Dove per scouting si intende osservare chi transita e per territorio, un raggio di 10 metri centrato su casa sua.


La scena è questa.

Obongo si allena sotto casa nel nuovissimo parchetto con attrezzi, fresco di inaugurazione.

Il veciòt è in allerta da settimane; come qualsiasi novità di qualsiasi tipo, anche questo parchetto è malvisto e per ragioni non meglio precisate diventerà presto luogo di ritrovo di malintenzionati, tutti rigorosamente abbastanza neri, molto immigrati, quasi certamente dediti allo spaccio.

Per un’insolita legge del contrappasso, il veciòt non corrobora questo ragionamento con il suo logico contrappasso, per il quale gli angoli bui e malfamati della città, ora privi degli abituali frequentatori, dovrebbero diventare presidio degli amanti del fitness.

Ma questa è un’altra storia.


Obongo vede il veciòt..

Il veciòt vede Obongo. 

Inizia la scansione in lento ma inesorabile avvicinamento, per capire chi è il frequentatore del parchetto che gli si para davanti.

Il veciòt si affida al suo nuovissimo software.

Un sofisticato sistema di riconoscimento audio/video installato negli occhiali da vista che funziona con un algoritmo con passi ben definiti.


Step 1.

Check colore.

Obongo è nello spettro del rosa; il peggio è scongiurato.

Il veciòt prosegue nell’analisi.


Step 2.

Check audio.

L’AI riconosce la lingua come appartenente al ceppo neolatino; un buon inizio.

Slavo, dialetti africani sono fuori dal gioco… ma se fosse rumeno?

Il veciòt protende la testa con un grugno di terribile sospetto, per performare un double-check audio.

Italiano! Bene, ma non benissimo. Non è il dialetto di Campoboarate che sarebbe ideale, ma possiamo lavorarci.


Step 3.

Check riconoscimento facciale.

Il veciòt con manovre di avvicinamento degne di un marines in mimetica che si muove nella palude si materializza a distanza sufficiente per la sua fidata AI.

Faccia conosciuta! “Ottimo, ottimo” pensa fra sé, ma ancora è presto per abbassare la guardia.

La fascia di età corrisponde con lo stronzo del terzo piano con cui litiga per il corretto posizionamento del tappetino dell’ascensore.

“Orizzontale aderente un paio di palle”, si fa forza.


Step 4.

Check finale: riconoscimento vocale.

Il veciòt gioca la sua ultima carta e con uno sforzo sovrumano per apparire cortese, contorce la bocca in una piega di malcelato disgusto, quasi ruttando un “Buongiorno.”

“Buongiorno signor Obonghi, che piacere vederla. Fa ginnastica anche lei?”


Il veciòt può finalmente rilassarsi, confortato dalla sua infallibile AI si può persino lanciare in un po’ di conversazione amichevole con una delle 6 persone al mondo che reputa degne di questa attività.


“Ah Obongo, sei tu, non ti avevo riconosciuto, sai, con tutte le facce che girano qua sotto, eh?”

“Ma no stia tranquillo, questo è un posto per allenarsi, ci vengono solo ragazzi che vogliono fare ginnastica, come me”

“Ti tieni in forma eh, bravo bravo.”

“Sì ne approfitto adesso che fra poco vado a prendere degli amici che arrivano in aeroporto”

“Bene, bravo, come si dice? Mens sana eh? E da dove arrivano questi amici?”

“Dalla Nigeria, è una famiglia che si trasferisce qui in quartiere, stanno da me un paio di settimane intanto che finiscono di rinnovargli l’appartamento”.


Il veciòt sbianca, si corruccia, saluta brusco, gira le spalle e si mette in marcia verso casa.

AI o non AI lui lo sa, lo sapeva e lo ha sempre saputo che questo parchetto non avrebbe portato nulla di buono.





Occhiali di ultima generazione con plug-in "Veciòt AI"

The escape (bath)room

Obongija si concede un aperitivo con i colleghi al termine di una giornata di duro lavoro.

È il momento di una breve pausa fisiologica prima di tornare a casa.

Un cartello la informa che è necessario chiedere la chiave al bar per accedere al bagno delle signore.


“Ecco qui, noi apriamo con questo.”

“Un apribottiglie?”

“La chiave ce la perdevano di continuo”

“E come devo usarlo?”

“Tranquilla, è facile; basta girare per tre quarti, poi quando fa ‘clac’ spingi e rigira di nuovo. Premi piano e accompagna col palmo.”

“Tutto chiaro, grazie”.

Vuoi le otto ore di sessione lavorativa, vuoi la vescica tamburellante, Obongija non è proprio sicura di avere registrato tutte le istruzioni e non le è affatto chiaro perché si stia avviando verso una porta chiusa con un apribottiglie in mano.

Forse per una bizzarra usanza locale, poco più avanti nella stessa strada c’è un sommelier impegnato ad aprire una bottiglia di rosso con una chiave bulgara? 

Ipotizza che si tratti solo di un innocente guizzo di originalità del proprietario del locale; una di quelle trovate per alimentare il passaparola “Uhhh, non hai idea di cosa si sono inventati per aprire la porta del bagno! Che mattacchioni!”


Giunta di fronte alla porta però Obongija capisce di avere sottovalutato il problema.

Niente clac, nessuna spinta e rigiro che funzionino. 

Solo un beffardo apribottiglie e nessun pertugio che sembri consono ad ospitarlo, per lo meno senza lasciare graffiti che per altro poco aggiungerebbero alla causa.

E il tempo stringe.

Mentre fruga fra i suoi ricordi d'infanzia, quando si cimentava ad infilare il cubo nell’apertura quadrata e la sfera in quella tonda, lo sguardo le cade sulla porta del bagno degli uomini. 

Apertissima.

Nessun apribottiglie necessario.

Rapido check dei paraggi.

Via libera. Entra. Chiude. Ahhhh.


Felice e rilassata, fa giusto in tempo a pensare che ha risolto il problema di entrare nel bagno delle donne, quando un nuovo problema si presenta repentino.

Quello forse più spinoso di uscire dal bagno degli uomini, magari senza dare nell’occhio.

La serratura che ha chiuso in fretta e furia non vuole saperne di aprirsi; è in trappola.

Non ci sono però chiavi disponibili o spiragli che urlino “Infila qui il tuo apribottiglie!”.

Il fastidio si trasforma in sconforto e dopo una serie di tentativi falliti, lo sconforto si tramuta in lieve panico.


Con un volo di fantasia in stile latrina horror si immagina mummificata da lì a tre mesi, ritratta nella prima pagina del gazzettino locale: “Una sconosciuta alcolizzata e probabilmente pervertita è stata ritrovata nel bagno degli uomini al pub Obonghi’s con un apribottiglie saldamente stretto in mano. Resta il mistero delle bottiglie mai rinvenute, forse fatte a pezzi per leccare le gocce rimaste all’interno ed il vetro usato per nutrirsi mentre aspettava invano i soccorsi”.


Forse davvero spaventata da questo sordido epilogo, Obongija picchia forte sulla porta attirando l’attenzione di un ragazzetto che dall’esterno apre e guarda questa composizione degna di un pittore impressionista strafatto di assenzio: “Madonna stanca e traumatizzata con apribottiglie.”


Un po’ imbarazzata ma al contempo grata, Obongija si ritira lesta, scaraventa l’apribottiglie rimasto inutilizzato verso la barista impassibile e si affretta verso i colleghi che si chiedevano dove fosse finita.


Il ragazzetto a sua volta va verso la barista e le fa: “Mi devi dieci euro.”

“L’apribottiglie è una buona trovata, li hai meritati.”

“Alla prossima proviamo con la grattugia?”

“No ho un’idea migliore - apertura a comando vocale. Magari in latino?”

“Se si mette a recitare una formula magica per più di tre minuti faccio i piatti per due settimane, mamma.”




Un apribottiglie che attende il momento giusto per entrare in azione